Cosa rischiano le aziende che non tutelano la privacy – Facebook è solo l’inizio

Cosa rischiano le aziende che non tutelano la privacyFacebook è solo l’inizio

“Privacy” è una parola che nell’era digitale sembra essere sempre all’ordine del giorno, in senso negativo.

Molto negativo.

Il monopolio dei dati personali è in mano oggi a una manciata di aziende della Silicon Valley, che della conservazione e riservatezza di queste informazioni dovrebbero farsi garanti.

Difendere la privacy degli utenti, tuttavia, non vuol dire esattamente tenere segreti i loro dati.

Significa non distribuire le loro informazioni a terzi,
o almeno non oltre i permessi forniti dagli utenti.

La storia di Facebook e Cambridge Analytica va a intaccare il capitale più prezioso del Social: la fiducia degli utenti.

Cosa è successo esattamente?

Secondo il Corriere della Sera è partito tutto dalla app Thisyourdigitallife. Circa 270mila utenti iscritti a Facebook l’avevano scaricata, accettando più o meno consapevolmente di consentire l’accesso ai propri dati personali. Da quel momento, la società collegata, la Strategic Communication Laboratories, aveva accesso non solo ai loro dati, ma anche a quelli degli amici.

Li salvava, catalogava e li CEDEVA poi a terzi — la Cambridge Analytica — una pratica illegale e non ammessa neanche dai termini di servizio di Facebook.

Risultato: 51 milioni di profili violati nel Social, senza il consenso esplicito delle persone coinvolte, e utilizzati per convogliare i messaggi mirati del comitato elettorale di Donald Trump.

E ora eccoci qui: una violazione della privacy che si è rivelata una pericolosa battaglia politica.

Ma non è alle implicazioni politiche che vogliamo fare riferimento in questo articolo, bensì agli enormi danni che ha già subito e continuerà a subire Facebook in questa bufera in grado di farne crollare credibilità e quotazioni finanziarie.

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Perché lo scandalo di Facebook ti interessa da vicino?

Il mercato non perdona: quasi 50 miliardi di dollari bruciati in Borsa in meno di 48 ore. E l’onda anomala ha travolto tutti gli altri attori del settore social/digital. Non è un caso, chiaramente.

Ma oltre al crollo delle azioni, parliamo di multe.

La penale prevista dal protocollo sulla privacy del 2011 è pari a 40 mila dollari al giorno. Nel caso peggiore, dal 2014 a oggi, farebbero quasi 3 miliardi di dollari di penale: se questa vicenda fosse saltata fuori tra due mesi, ci sarebbe stata un’ulteriore aggravante.

Di cosa stiamo parlando?

Del GDPR (General Data Protection Regulation), ovvero il nuovo regolamento europeo sulla privacy e il trattamento dei dati personali dei cittadini europei.

Tra i profili violati si contano anche una discreta quantità di utenti europei, e con il regolamento che entra in vigore a maggio le multe per la violazione della privacy possono arrivare fino al 4% del fatturato, non è chiaro se per singolo capo di imputazione. Quindi la sola pena per il 2018 avrebbe potuto aggirarsi intorno al miliardo.

Può succedere anche a te

..perché molto probabilmente stai facendo anche tu quello che ha fatto Facebook…E NON LO SAI.

Tutto questo è successo perché il gruppo di Zuckerberg ha consentito ad una società esterna, non trasparente, di accedere ai dati dei propri utenti. Il caso di Facebook è portato all’estremo, e avrà conseguenze legali pesanti, ma l’azienda è un colosso e probabilmente resterà in piedi lo stesso.

Tuttavia, per un’ azienda, appoggiarsi a società terze, e condividere con loro i dati dei propri clienti/utenti/prospect per poter fornire servizi, è una prassi comune e in larga parte necessaria agli affari.

E quasi certamente è quello che stai facendo anche tu.

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Quando affidi i dati ai tuoi fornitori, sai cosa ne faranno loro?

Affidarsi ad altre aziende e società è indispensabile. Puoi gestire internamente un sito, ma raramente ti conviene acquistare un server anzichè affittarlo.

Puoi integrare dei webinar nella tua strategia di marketing e vendita, ma quasi sicuramente non è vantaggioso acquistare l’intera piattaforma al posto del servizio.

E lo stesso vale per mille altre attività. Non puoi fare a meno dei fornitori tecnologici; ma la domanda è, come ti assicuri che la scelta non ti danneggi? Ci avrai certamente fatto caso: è Facebook a essere sotto accusa, molto più di Cambridge Analytica. Allo stesso modo, nel caso di uso improprio dei dati dei tuoi clienti da parte dei  fornitori, sei TU in primis a rimetterci.

Minimizzare il rischio. Come si fa?

Ogni rapporto, anche quello azienda-cliente e azienda-fornitore, ha bisogno di una solida base di fiducia per funzionare al meglio.

La maniera più efficace per costruire queste fondamenta è garantire la massima trasparenza reciproca, in ogni momento della realizzazione e gestione di un progetto o di un evento, e durante tutta la collaborazione.

La trasparenza assume adesso un’importanza ancora più fondamentale, per via della prossima entrata in vigore del GDPR, il 25 maggio 2018, che cambia le normative della privacy, portando al centro del nuovo sistema i diritti dei cittadini e le responsabilità delle aziende che ne trattano i dati personali.

Per essere in regola (e non rischiare la figura di Facebook – tu poi quelle multe te le puoi permettere?) non basta che sia solo tu a rispettare la normativa; devono essere a norma anche tutte le altre agenzie, società e aziende a cui ti appoggi.

L’idea della trasparenza ci piace; pensiamo che sia un ottimo modo per far capire che tipo di valore aggiunto abbia lavorare con noi!

Quindi aspettati presto un articolo che spieghi, per filo e per segno, in che modo trattiamo i dati dei nostri clienti, dove come e quando vengono conservati, e come funzionano a livello microscopico i nostri servizi digitali.

Stay tuned! #pushpushpush

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